Inviato: Ven Feb 23, 2007 5:02 pm Oggetto: Ho letto una poesia.....
. ...e l'ho fatta mia...
LA BAMBINA DI HIROSHIMA
di Nazim Hikmet
Apritemi sono io…
busso alla porta di tutte le scale
ma nessuno mi vede
perché i bambini morti nessuno riesce a vederli.
Sono di Hiroshima e là sono morta
tanti anni fa. Tanti anni passeranno.
Ne avevo sette, allora: anche adesso ne ho sette
perché i bambini morti non diventano grandi.
Avevo dei lucidi capelli, il fuoco li ha strinati,
avevo dei begli occhi limpidi, il fuoco li ha fatti di vetro.
Un pugno di cenere, quella sono io
poi anche il vento ha disperso la cenere.
Apritemi; vi prego non per me
perché a me non occorre né il pane né il riso:
non chiedo neanche lo zucchero, io:
a un bambino bruciato come una foglia secca non serve.
Per piacere mettete una firma,
per favore, uomini di tutta la terra
firmate, vi prego, perché il fuoco non bruci i bambini
e possano sempre mangiare lo zucchero.
In queste sere il tuo profilo non ha una linea precisa
poiché non c'è confine nel tuo sembiante per l'inizio del tuo sorriso,
ma di colpo è sulla tua bocca e non si sa come vi filtra
e quando va via non si può dire se sia ancora lì,
come la tua parola, di cui non udii mai la prima sillaba
come non finii mai di udire quello che dicevi,
perché sei così vicina in questa lontananza
che è vano domandare quando venne il tuo venire,
giacché ora mi sembra tu sia stata qui sempre
con questa voce eterna, questo sguardo continuo,
con il contorno incorruttibile della tua guancia.
Joaquin Pasos
poeta nicaraguense (Granada 1914-1947). Prematuramente scomparso, fu uno dei rinnovatori della poesia nicaraguense rivelatisi intorno al 1930 nel settimanale Vanguardia. La sua opera, riunita nei Poemas de un joven (postumi, 1962), rivela un lirico originale, pur entro i moduli delle avanguardie europee, in possesso di un linguaggio aggressivo e molto efficace.(recensione)
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Tristezza della Luna
Questa sera la luna sogna più languidamente; come una
bella donna che su tanti cuscini con mano distratta e leggera
prima d'addormirsi carezza il contorno dei seni,
e sul dorso lucido di molli valanghe morente, si abbandona
a lunghi smarrimenti, girando gli occhi sulle visioni
bianche che salgono nell'azzurro come fiori in boccio.
Quando, nel suo languore ozioso, ella lascia cadere su questa
terra una lagrima furtiva, un pio poeta, odiatore del sonno,
accoglie nel cavo della mano questa pallida lagrima
dai riflessi iridati come un frammento d'opale, e la nasconde
nel suo cuore agli sguardi del sole.
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