Inviato: Ven Nov 10, 2006 4:23 pm Oggetto: Commento alle poesie "Guerra" e "San Martino
Ne la poesia di Corrado Govoni “Guerra” e in quella di Giuseppe Ungaretti “San Martino in Carso” possiamo rilevarne il confronto di due diversi orientamenti. Corrado Govoni(Tamara, 1884- Lido dei Pini,1965) scrisse nel 1915 la poesia “Guerra”, in versi liberi, propri della sua esperienza crepuscolare e futurista. I versi, ad eccezione del primo che è tronco, sono tutti piani. “Guerra!” –invoca una voce d’abisso, urlante nella solitudine e nella desertificazione/disboscamento della
sua conseguenza. Un abisso ridondante di nulla, un vortice nel suo eco. Subito il richiamo ad epoche passate, lontane dai nostri tempi: periodo dove guerre portavano verdetti di divinità ordinatrici ( come in Omero o nelle storiografie), alle quali, secondo giudizio ispettore, era dato compito di legislatrici. Ben presto, nel 4° verso, si utilizzano metafore:”come fiamma che divora e brucia una bandiera; lo sconvolse ( mondo) da cima a fondo come un colpo di vento solleva il mar
furiosamente con tutte le sue fecce e le sue schiume”, così è la guerra, desiderata da chiunque voglia la pace ( proverbio latino: si vis pacem para bellum, o numquam periclum sine periclo vincitur).Spaziando nelle mie conoscenze, non limitandomi alla sola arte letteraria e filosofica, riprenderei l’immagine della fiamma,sotto alcuni aspetti della termodinamica : in un recipiente d’acqua ( sia noto come la nostra società, un luogo figurato), questa viene riscaldata a contatto di una fiamma. Determinerà dei moti convettivi: l’acqua sul fondo, essendo più vicina alla fiamma, si riscalda e si dilata e, poiché presenta densità più bassa, tende a salire in superficie. Così, causando questi moti, l’acqua in superficie si verrà a scambiare con quella del fondo, fino a quando non si rimuoverà la sorgente di calore esterna( quindi spegnendo la fiamma) per poter portare il liquido ad uno stato di quiete ( equilibrio termodinamico). La bandiera è divorata dalla fiamma, bruciata, come fosse particella di acqua, il liquido nel recipiente. Tuttavia, o soffiando sulla superficie (lontano dalla sorgente) o somministrando energia ( calore o lavoro), l’acqua, accumulando energia cinetica, tenderà a formare delle onde. Così il vento sul mare: un’onda marina non è soltanto trasversale o longitudinale. Le particelle d’acqua in superficie hanno sia un moto orizzontale sia un moto verticale: la composizione di questi due moti fa sì che vengano a descriversi delle circonferenze. Essendoci vicino alla riva l’attrito con il fondo, gli strati più bassi dell’acqua rallentano. La parte superiore dell’onda avanza, formando il frangente. E le onde sono soggette a fenomeni di rifrazione, riflessione e diffrazione. Questa perifrasi è stata necessaria per allentare la tensione critica di un’analisi testuale. Questa sinestesia di fisica e poesia d’altro modo ha rappresentato una metafora nella quale il vento ( guerra) è stato causa di formazione di onde ( fattori consequenziali della guerra/fenomeno), privando il mare del suo stato di quiete apparente (pace). Riprendendo la terza strofa ( considerando in sé, verso puntuale e introduttivo il primo rigo), gli uomini trovarono nella guerra concetti di metafisica aristotelica: nell’opera di Aristotele “Fisica” si affronta la metafisica, filosofia prima ( o come la definì lo stesso filosofo “Scienza dell’Essere in quanto Essere”), come ricerca e individuazione delle quattro cause del divenire: materiale, formale, efficiente e finale. Dalla trasformazione /passaggio dalla potenza all’atto, si serve di un blocco di marmo ( l’uomo). Questo è statua in potenza ( nella possibilità di realizzazione). Avvenuta la trasformazione possiamo ricavarne la statua in atto ( compiuta in sé, realizzata). La guerra dà agli uomini la possibilità di “divenire” , come fosse l’azione dello scultore sul marmo in potenza per arrivate all’atto finale. Causa finale però è la relazione tra le intenzioni dell’uomo non soltanto nel momento che implica una partecipazione alla guerra, ma anche nella vita di tutti i giorni ( come eroe [CENSORED] ano, come fosse Ettore). “Plasmati di odio e di ferocia”come fossero le passioni ad essere cause prime, ingegneri della materia dell’uomo ( “De ira”- Seneca). Ed ecco l’animale politico di Aristotele trasformarsi in fiera selvatica ( “vestiti dei loro istinti belluini”). Ma ripreso il distacco materno, come pace, come porto quiete dopo l’esilio di guerra ( “selciato dei cuori materni verso la strage e la morte”). “Bella è la guerra”, in funzione didattica e paideutica, un Δίσσος λόγος de “la vita è bella”. Solo con la guerra è possibile osare ( Gabriele D’Annunzio) ciò che alla penombra della vita non si può ottenere. “Seminare coi fucili…arare coi cannoni….vedere brillare contro il sole il frumento crudele delle spade.” Ecco l’otium predicato dalla scuola bellica, nel quale si ritrova un luogo arcadico, dove i contadini, servi della gleba, sono soldati, servi della guerra.
Ironia della sorte, collegamento tra le due poesie è proprio la figura del soldato:
“Si sta come d’autunno sugli alberi: le foglie” ( “Soldati”, Ungaretti). La fragilità dell’uomo è ripresa in questi versi dove il vento è sempre movimento di guerra, anche se reso più generalizzato dalla morte. Uomini: foglie su un ramo, spoglio d’autunno. “Ognuno sta solo sul cuor della terra/trafitto da un raggio di sole:/ ed è subito sera” ( Salvatore Quasimodo). Proprio nella poesia di Quasimodo è possibile notare la fragilità dell’uomo, la solitudine del singolo e dell’umanità: un luogo comune, una speranza da condividere ( il sole infatti è risorsa di tutti). Nelle migliori condizioni possibili l’uomo è sempre solo: se si ammala è lui a soffrire e se muore è lui a morire. Ogni uomo si illude con l’inganno di poter afferrare la felicità. Subito, infatti, arriva la morte che rapina ogni illusione e ogni felicità ( cotidie mori). Come ogni uomo è preso dalle passioni, così l’umanità. Allora, quel sole che in Govoni splende (brilla) sul ( contro) il frumento crudele delle spade, in Quasimodo è il sole, quel raggio di sole ( si veda la brevità e puntualità temporale) precedente alla sera imminente. Quel cuore, cuori materni verso la strage e la morte, quei cuori malati, quei cuori, quel mio cuore come uno straziato paese ( Ungaretti- Quasimodo)…
“…mi diede sul cuore un bacio santo che sapeva di cenere e di pianto” ( “In treno”- C. Govoni)
Cenere e pianto su quel cuore, brandelli di muro esposti all’aria, croci e paesi…
Distruzione interiore, solitudine del lutto.
In treno
Un mandorlo fiorito in un giardino,
tra due nere statue mutilate
che guardavan laggiù il mare in burrasca,
mi accompagnò durante tutto il viaggio,
con la sua gioia bianca ed odorosa,
traverso le pianure, i monti e le città,
come fosse incollato al finestrino.
Fino alla piccola stazione di campagna,
sussultante di campanelli:
dove affinò i suoi rami
in un grigiore di capelli,
sfiorì rapidamente,
si raccolse e sorrise mestamente
nel volto pallido di mia madre,
che mi attendeva sola
e mi diede sul cuore un bacio santo
che sapeva di cenere e di pianto.
- Corrado Govoni-
Chiusa di questo commento, l’attesa dell’esilio di guerra, il ritorno alla propria casa, alle ceneri e al piano. Come su un treno, dove noi, passeggeri, osserviamo attentamente, da dietro quei finestrini, il viaggio, rivedendo nel tragitto un nostro ricordo: “ Un mandorlo fiorito ( pace) in un giardino ( mondo), tra due nere statue mutilate ( morte e distruzione) che guardavan laggiù il mare in burrasca ( la guerra)”.
O. Sadinov
- Per quanto riguarda la struttura della lirica di Ungaretti, questa è costituita da quattro strofe. Le prime due sono legate da anafore e iterazioni. Metafora conduce la prima strofa con la seconda ( brandelli di muro anche ciò che è rimasto dei tanti che corrispondevano con Ungaretti). Terza e quarta strofa sono legate da analogia ( cuore /paese). Nell’ultima strofa, l’immagine del cuore straziato ripete in analogia quella della prima strofa dando alla poesia una struttura ad anello. Inoltre, tale struttura (ring composition) fa sì che il mondo esterno si ritrovi nell’animo interiore del poeta, dando alla poesia universalità individuale.
Giochi con la poesia e il lettore, senza confini. Aiuterebbe avere le due poesie sotto gli occhi mentre ne parli, ma poi confondi volutamente con un terzo autore e una terza poesia e altro e spazi vuoti a immaginare volontà o errore... e questa fisica, non più lontana della filosofia, quindi vicina, alla poesia che è insieme tutto, frammentazione e unità, a dispetto dei psicopoeti e dei teorici della parola, rovesciando concetti e punti di vista. Ammirato, ritornerò non appena le mie anziane meningi saranno nuovamente pronte e deste davanti alle tue giovani follie.
_________________ Cristiano Sias
Noi possiamo venir fuori quando le ombre coprono le fessure (W.Burroughs)
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Per un approfondimento delle poesie composte durante la prima guerra mondiale, propongo un testo - di facile e agevole lettura - che ho letto per la preparazione di un esame universitario.
"Le notti chiare erano tutte un'alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale" a cura di Andrea Cortellessa
Prezzo € 15,00 - 528 p. - anno 1998
Editore Mondadori Bruno - Collana Testi e pretesti
In sintesi
Da D'Annunzio a Comisso, da Rebora a Ungaretti, da Saba a Gadda, da Jahier a Marinetti, fino ai meno noti Buzzi, Barni, Antò, Moscardelli: una vasta antologia ragionata della poesia italiana della Grande Guerra. Articolata per sezioni tematiche per mettere in luce la funzione che l'evento-guerra ha rappresentato per i maggiori poeti del Novecento italiano. Oltre all'analisi specificatamente letteraria, il volume propone una nuova interpretazione del fenomeno guerra e del suo potenziale totalitario. La prefazione è di Mario Isnenghi (docente di storia contemporanea all'università Cà Foscari di Venezia).
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